Azdora (3)
In Romagna, l'Azdora è una figura di primo piano e nota a tutti. A beneficio di coloro che non appartengono alla terra romagnola, l'articolo che segue aiuterà a comprendere meglio chi è, e tutto il mondo che le ruota intorno.
Buona lettura!
“…..In Romagna l'Azdora, o meglio, le azdore sono un simbolo del nostro territorio, unitamente alla piadina e i bagnini.
Solo che ormai, a differenza degli altri due, sono estinte.
Questa figura quasi leggendaria si trova raramente e, quando la si incontra, riveste solitamente tutte le caratteristiche di un personaggio “felliniano”.
I più anziani naturalmente le ricordano e le hanno viste all’opera, ma per i più giovani – e parlo già delle generazioni dei primi anni ’60 – sono perlopiù personaggi della memoria.
Ma chi era l’azdora ? In realtà era la “reggitrice” della casa in particolare nelle famiglie contadine, di solito la moglie dell’azdor, del capo famiglia.
E quindi l’azdora era anche la regina del focolare e della cucina. Detta così ha un sapore quasi fiabesco, ma le cose non stavano esattamente in questo modo.
La sua vita era segnata da enormi sacrifici – le famigliole non erano “corte” come ora, avere 7-8 persone da accudire era il minimo – e da rapporti interfamiliari a volte incestuosi, finalizzati però al “mantenimento del capitale” – la terra – più che a una morbosità deviata. L’azdora rimane un simbolo positivo di un’operosità instancabile e il cardine del tradizionale nucleo famigliare in Romagna.
Passando al lato più squisitamente gastronomico, era lei cui andavano i meriti quando, seduti a tavola, le persone mangiavano di gusto i buoni piatti che preparava, complice “e su sciaddur” (il suo matterello). Anche perché in Romagna il “piatto” per eccellenza di tutta la proposta gastronomica è la pasta, naturalmente fatta a mano.
Potevano anche non essere delle perfette “sfogline”, ma sicuramente sapevano “tirare” la sfoglia di svariate uova o quella “matta” - senza uova, la nostra è stata a lungo una terra dove la miseria era di casa - evitando che si rompesse e mantenendo la necessaria “rugosità” , che serve a trattenere meglio il condimento , deliziando i palati con le tipiche ricette della nostra terra.
E’ quindi intuibile lo stretto legame che intercorre tra le azdore e le sfogline, legame che spesso si sovrappone confondendosi.
Pasta si diceva, in un trinomio tutto romagnolo: azdore, sfogline e minestre (come si usa chiamare la pasta da noi).
Quando affermo che sono le minestre il nostro segno di riconoscimento principale lo dico a ragion veduta poiché nessun’altra regione, nelle paste fresche, ha la ricchezza di quelle della tradizione concentrata in Emilia e Romagna che, per la fantasia dei nomi e il numero dei formati, ha un indiscutibile primato.
A sostegno di quanto affermo cito alcune minestre che potranno essere in parte famigliari e rendono l’idea della varietà cui facevo riferimento poc’anzi.
Tortelli, cappelletti, ravioli, garganelli, passatelli, tagliatelle, tagliolini, strozzapreti, zuppe, gnocchi e gnocchetti, per citare i più famosi, ma tra le paste “dimenticate”, e oggi più difficili da reperire nelle osterie e ristoranti, sono assolutamente da citare i bigul (bigoli), i curzul (letteralmente lacci da scarpe, pasta quaresimale fatta di solo acqua e farina, ottimi con il sugo di scalogno), i giugétt (giogetti), gli ingannapoveretti, i malfattini, i maltagliati, gli orecchioni, i strichétt (nastrini) e gli scrichètt, i qudrelli, la spoja lorda (minestra “sporca” di raveggiolo, il formaggio che rimaneva dal ripieno dei cappelletti o dei tortelli), i sbrofabérba, i tajadlòtt (una delle minestre più povere del periodo estivo), i voltagabàna, i zavardòn (tra le più “miserabili”).
Se a tutte queste minestre aggiungiamo le varianti asciutta o in brodo e pensiamo alla vasta tipologia dei condimenti – in base anche alla stagionalità - potete comprendere il “patrimonio” in nostro possesso e che, questo è un mio grande cruccio, non dovrebbe disperdersi.
La memoria di un popolo rimane anche attraverso le sue espressioni enogastronomiche e di civiltà della tavola. Fortunatamente le numerose sagre che si tengono nel nostro territorio svolgono questa funzione di tutela nella quasi totalità dei casi.”
Scritto da Pierangelo Raffini e pubblicato su Il Domani di domenica 7 settembre 2008
Sono nata in una caldissima notte d’agosto del secolo scorso.
La luna era ancora una sfera luminosa non raggiunta dall’uomo, compagna fedele di sogni e desideri sussurrati.
Sono cresciuta in un piccolo paese di collina.
Ero l’ombra silenziosa di mia sorella maggiore che mi ha insegnato a scrivere, a leggere, ad andare in bicicletta, a lottare e a difendermi.
Correvamo nei campi e l’erba ci solleticava le gambe mentre scorrazzavamo per prati in cerca di papaveri.
Ho profondamente amato quei luoghi durante la mia infanzia perché rappresentavano spazi aperti e libertà e poi li ho odiati durante la mia adolescenza perché, al contrario, erano diventati stretti ed oppressivi.
E ora nel tempo della mia maturità ho imparato ad apprezzarne le qualità ed accettarne i limiti.
Così un po’ come per tutte le cose e le persone.
Adoro stare in mezzo alla gente, ma ne “addomestico” poche. E quelle sono davvero per me come la rosa per il Piccolo Principe.
Ho una migliore amica che è la stessa da trent’anni. Praticamente da sempre.
Ho un grande amore che non lo è da sempre, ma lo sarà per sempre, per tutto il tempo a venire.
Ho lasciato il mio paese per studiare all’università e poi per lavorare.
E ho cercato di rinnovarmi sempre e di cambiare: idee, desideri, sogni, stile di vita, abitudini.
Sono curiosa.
Mi piace viaggiare e fare le fotografie.
Mi piacciono le fragole e la cioccolata e i fiori vivi.
Mi piaciono i quadri di Van Gogh e anche lui che credo fosse un genio.
Mi piacciono le canzoni di Baglioni.
Mi piace mangiare e ovviamente cucinare. La cucina è svago, passione e spesso una necessità.
Nel tempo ho dedicato alla cucina un tempo ed una cura sempre maggiore.
E da vera romagnola, sono proprio un'Azdora.
Noi siamo quello che mangiamo. Traduciamo nel cibo anche un po’ del nostro modo di vedere il mondo.
Non ho mai smesso di sognare ad occhi aperti.
E cerco di mantenere lo stupore di quando ero bambina.
Perché tutti i grandi sono stati bambini, solo che molti non se lo ricordano!
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