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Venerdì, 28 Febbraio 2014 11:34

Radicchio rosso di Treviso

Radicchio Rosso di Treviso include due delle tre varietà di radicchio veneto certificato IGP: oltre al Radicchio Variegato di Castelfranco c'è appunto il radicchio rosso di Treviso con le varietà tardiva e precoce. La qualità tardiva è prodotta in un numero limitato di comuni nelle province di Treviso, Padova e Venezia. Nello stesso territorio si coltiva più estesamente anche la cosiddetta qualità precoce.

I migliori terreni di produzione sono quelli argilloso-sabbiosi. Il clima ideale è sufficientemente piovoso in estate, asciutto in autunno, particolarmente rigido in inverno.  Due le Denominazioni d'origine protetta, con caratteristiche abbastanza diverse: il Tardivo e il Precoce. Il Tardivo, di solito, ha il cespo più piccolo, pesa al massimo 400 grammi, è dotato di foglie rosso vinoso a costola bianca leggermente chiuse in punta e di una radice di circa 6 centimetri. Il Precoce, invece, ha le foglie bianche con una nervatura molto accentuata. Il cespo è più grande, affusolato e chiuso; la radice è piccola. Il peso raggiunge al massimo i 500 grammi. Il sapore, contrariamente al Tardivo, è amarognolo. La produzione per ettaro è stabilita in 7 tonnellate per il Tardivo e 9 per il Precoce. La semina si effettua entro il mese di luglio e l'eventuale trapianto entro agosto. La raccolta inizia il 1 o settembre per il Precoce e il 1 o novembre per il Tardivo. Perché quest'ultimo assuma la tipica colorazione rossa, però, occorre aspettare almeno due brinate. A questo punto, fondamentale per esaltarne il sapore è l'operazione di forzatura e imbianchimento. Per prima cosa, i radicchi vengono messi in condizione di formare nuove foglie in assenza di luce: quasi prive di clorofilla, assumeranno colore rosso intenso e croccantezza. Poi si immergono i cespi in acqua risorgiva per circa 25 giorni e, successivamente, si pongono su strati di sabbia per far assorbire tutta l'acqua. Quando la pianta ha raggiunto la piena maturazione, si asportano le foglie deteriorate e si taglia una parte del fittone. Prima di essere venduto, il radicchio viene ulteriormente lavato e confezionato.

 

Prima dell'inizio del Novecento, il Radicchio Rosso di Treviso di qualità Spadone (oggi quasi scomparso) veniva consumato subito dopo la raccolta. La tecnica di forzatura e imbianchimento fu ideata da un belga stabilitosi a Treviso, Francesco van der Borre. Egli combinò la tecnica dell'imbianchimento delle cicorie belghe con quella veneta di "porre in bianco", cioè nel letame o in cassoni di sabbia, verdure come il cardo o il sedano. Il segreto va però ricercato nella temperatura delle acque di risorgi va e negli umori in dissoluzione dei terreni ricchi di torba del tardo periodo autunnale.

Comprare il Radicchio Rosso di Treviso

Se si cerca il prodotto originale, in special modo la varietà tardiva, deve essere sempre presente il sigillo IGP o nell'etichetta se confezionato (la norma) o nella cassetta se venduto sfuso.  Delle due varietà quella tardiva è la più pregiata, la più difficile da imitare visto che la qualità particolare del prodotto sta anche nella costosa lavorazione e quindi più cara, oggi al mercato non si trovava a meno di 7 euro al chilo.

Radicchio Rosso di Treviso - Tardivo

Tardivo: germogli   lunghi 15/25 cm senza la radice, uniformi e dotati di buona compattezza con foglie serrate ed  avvolgenti che tendono a chiudere il cespo nella parte apicale,  presenza della radice perfettamente pulita e non superiore a 6 cm. Le foglie sono rosso vinoso, con nervature appena accennate e costola larga e bianchissima.

Radicchio Rosso di Treviso - Precoce

Precoce: cespo voluminoso lungo 18/25 cm. senza radice, ben chiuso,  con una piccola porzione di radice;  foglie dalla nervatura principale molto accentuata di colore bianco che si dirama in molte piccole nervature nel rosso intenso della foglia.

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Garganelli con salsiccia: pasta fresca all'uovo condita con un ragù molto, molto saporito. Anche la pasta nel formato della gramigna è adatta e va ovviamente bene anche l'utilizzo di pasta secca. Questo primo accontenta sicuramente tutti in famiglia.

Difficoltà Ricetta per Preparazione Cottura Costo
     
 Facile 4 persone 5 min.
40 min. € 6 

 

 

 

 

 
Cosa serve
Ingrediente Quantità
 pasta all'uovo tipo garganelli (paglia e fieno) gr. 360
  salsicce fresche di maiale gr.  300
  passata di pomodoro  gr. 200
  cipolla bianca o scalogno 1
 vino bianco 1/2 bicchiere
 alloro 2 foglie
 parmigiano reggiano q.b.
 sale, pepe, olio evo q.b.

 

 Preparazione del ragù

  • Tritare fine la cipolla o lo scalogno.
  • Spellare la salsiccia e sbricolarla.

Cottura

  • Mettere sul fuoco un tegame con un filo d'olio.
  • Aggungere il trito di cipolla (o di scalogno) e le foglie d'alloro e fare appassire a fuoco dolce.
  • Unire la salsiccia sbriciolata e fare rosolare.
  • Qando la salsiccia è rosolata bagnare con il vino bianco e farlo evaporare.
  • Aggiungere la passata di pomodoro, sale e pepe e un bicchiere d'acqua. NB: stare molto attenti a dosare il sale. Se si dispone di salsicce molto saporite può essere necessario utilizzarne una dose minima o non utilizzarlo affatto. Poichè il sugo può essere salato anche a fine cottura, consiglio di aspettare a mettere il sale, assaggiarlo ed eventualmente aggungerlo alla fine.
  • Far cuocere 30 minuti o comunque fini a quando l'acqua non si è tuta ritirata.
  • Quando il ragù è pronto, mettere sul fuoco una casseruola con abbondante acqua.
  • Quando bolle, gettare i garganelli e far cuocere seguendo le indicazioni della confezione.
  • Condire con abbondante ragù e parmigiano grattugiato a piacere.

 

 

Informazioni aggiuntive

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Tagliatelle ai piselli: un classico della pasta fresca condite con un saporitissimo ragù di salsiccia e piselli. Immancabile in primavera quando i piselli sono freschi e dolcissimi, ma è un primo molto buono anche con l'utilizzo di piselli surgelati!

Difficoltà Ricetta per Preparazione Cottura Costo
     
 Facile 4 persone 40 min. + riposo
40 min. € 8 

 

 

 

 

 
Cosa serve
Ingrediente Quantità
 farina 00 gr. 400
 uova n. 4
  salsicce fresche di maiale gr.  200
  passata di pomodoro  gr. 200
  cipolla bianca n. 1
 vino bianco 1/2 bicchiere
 piselli gr. 200
 parmigiano reggiano q.b.
 sale, pepe, olio evo q.b.

 

Preparazione della sfoglia

  •  Mettere la farina sulla spianatoia, fare la fontana al centro e rompere nel buco 4 uova. Aggiungere un pizzico di sale.
  • Impastare gli ingredienti, amalgamando uova e farina, fino a formare un panetto omogeneo ed elastico.
  • Coprire con un telo e lasciar riposare mentre si prepara il ragù

Preparazione del ragù

  • Lavare e tritare fine la cipolla.
  • Spellare la salsiccia e sbricolarla.
  • Mettere sul fuoco un tegame con un filo d'olio.
  • Aggungere il trito di cipolla e fare appassire a fuoco dolce.
  • Unire la salsiccia sbriciolata e fare rosolare. Sfumare con il vino bianco. Aggiungere la passata di pomodoro e acqua calda.
  • Far cuocere circa 30 minuti e aggungere i piselli. Salare poco e aggiustare di pepe. Lasciare cuocere altri 7-8 minuti.
  • NB: Qui si trova la ricetta completa del ragù di piselli.

Composizione e cottura

  • Riprendere il panetto di impasto e tirare, con il mattarello, una sfoglia sottile.
  • Fare asciugare la sfoglia per qualche minuto.
  • Arrotolare la sfoglia partendo dai due estremi, fino a riunirla al centro.
  • Tagliarla in strisce sottili.
  • Allargare le tagliatelle sul tagliere e fare asciugare ancora per 20 minuti circa.
  • Mettere sul fuoco una casseruola con molta acqua.
  • Quando l'acqua bolle, gettare le tagliatelle.
  • Far bollire un paio di minuti dalla ripresa del bollore (essendo pasta fresca cuoce in pochissimo tempo).
  • Scolare, trasferire in un vassoio e condire con abbondante ragù di piselli e parmigiano grattugiato a piacere.

Informazioni aggiuntive

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Giovedì, 27 Febbraio 2014 00:00

Carciofi e patate

Carciofi e Patate: un contorno semplice e facilissimo. Le patate sono cotte a vapore per mantenere inalterato il loro gusto e i carciofi, tagliati fini fini, sono saltati velocemente in padella. Quando gustiamo questo piatto sentiamo distinti i sapori delle due verdure che comunque insieme stanno benissimo!

 

 
Cosa serve
Ingrediente Quantità
 patate gialle n. 4
 carciofi n. 2
 prezzemolo  1 ciuffo
 sale, pepe q.b.
 olio evo, burro  q.b

Preparazione

  • Pelare le patate e lavarle bene.
  • Tagliarle a cubetti piuttosto piccoli (circa cm 1x cm. 1)
  • Metterli nelcestello per la cottura a vapore.
  • Cuocerli a vapore per 30 minuti circa. NB: Le patate devono rimanere compatte e croccanti.
  • Mentre cuociono le patate pulire i carciofi.
  • Eliminare le foglie esterne dure e le punte. Tagliare il gambo alla base del carciofo. Pulire anche il gambo eliminando la parte esterna e tenendo la parte centrale.
  • Tagliare i carciofi a metà e lavarli. Metterli a bagno in una ciotola con acqua e succo di limone.
  • Tagliare i carciofi a spicchi sottili e i gambi a rondelle.
  • Pulire e lavare il prezzemolo. Tritarlo.

Cottura

  • Una volta cotte le patate, toglierle dal cestello a vapore. Aggiungere sale e pepe.
  • Mettere un tegame sul fuoco con un pò d'olio e una piccola noce di burro e mettere a cuocere i carciofi, aggiungendo, se necessario, un pò d'acqua. Aggiustare di sale e pepe.
  • uocere per 5-6 minuti.
  • Aggiungere i cubetti di patata cotti a vapore. Mescolare e far cuocere insieme ancora per un paio di minuti per far amalgamare le due verdure.
  • Spolverizzare con il prezzemolo tritato.
  • Spegnere il fuoco e portare in tavola.
Giovedì, 27 Febbraio 2014 10:52

Capperi di Pantelleria

Il Cappero di Pantelleria

è certificato IGP  fin dal giugno 1996 e viene coltivato in un’area che comprende l'intero territorio dell'isola di Pantelleria, situata a sudovest della Sicilia, nelle acque della provincia di Trapani, quello che consumiamo non è il frutto, ma bensì il bocciolo raccolto prima della fioritura.

I cappereti dell'isola destinati alla produzione di questa particolare varietà sono costituiti da piante della specie Capparis spinosa, varietà inermis, cultivar nocellara; ma è ammesso un 10 per cento di altre varietà, comunque selezionate naturalmente, senza mutazioni genetiche. Gli arbusti sono impiantati alla distanza minima di 2,5 metri tra di loro, con una densità di 150 piante per ettaro, con una resa di capperi freschi di 1,5 chilogrammi per pianta. Pare ci sia anche l’abitudine di seminare i semi di cappero lanciandoli con una cerbottana nelle fessure fra muri e tegole esposti al sole. Le operazioni di raccolta si protraggono da maggio fino a tutto ottobre: si effettua a mano, recidendo i boccioli dei fiori ancora chiusi, turgidi e duri e lasciando sulla pianta i bottoni che non hanno raggiunto un sufficiente stadio di maturazione. La produzione è, infatti, di tipo scalare e dopo la prima raccolta il ramo continua regolarmente la crescita e il getto, cosicché il coltivatore ritorna sulla stessa pianta ogni cinque giorni. Le operazioni di salatura si svolgono sul territorio di Pantelleria. Il sale, amalgamato con l'acqua di vegetazione, forma una specie di salamoia, nella quale i frutti rimangono per circa una settimana; quindi si scola dal liquido e si ripete l'operazione. Al momento della commercializzazione il Cappero di Pantelleria ha forma globosa, quasi sferica, del calibro medio di 9 millimetri, colore verde tendente al senape, aroma forte, caratteristico, salato con una componente di sale marino non superiore al 25 per cento. La produzione annua si aggira i n torno ai 3-4000 quintali di cui 2000 prodotti dai 400 soci della Cooperativa dei Capperi.

Il cappero era già conosciuto dai Greci e dai Latini con il  nome greco di kapparis, termine di probabile origine preindoeuropea. Era ritenuto capace di risvegliare l'appetito sessuale e molti autori, tra cui Ippocrate, Dioscoride, Plinio il Vec chio, Galeno ne esaltarono le capacità afrodisiache e cosmetiche, mentre da Apicio in poi si hanno tracce del suo uso gastronomico-alimentare. Nel 1600 Domenico Romoli, detto  il Panunto, nella Singolar dottrina scriveva: “Quei che mangeranno capperi non hauran dolore di milza, né di fegato, son contrari alla melanconia, proucan l'orina, nettano il mal di polmone, ammazzano i vermi del corpo, rallegran il coito”.  Le prime testimonianze sulla sua commercializzazione si hanno a partire dal Settecento, quando molti autori parlano delle regioni francesi della Provenza e del Var come luoghi di produzione del frutto.

Comprare i Capperi

Quando si acquistano dei capperi è fondamentale  verificare che siano conservati esclusivamente al sale marino (se Capperi di Pantelleria è importante verificare il marchio I.G.P. ) La conservazione sotto sale  fa acquisire e conservare ai capperi la pienezza delle loro caratteristiche qualitative. I capperi non vanno assolutamente conservati in aceto, questo è sintomo di capperi di scarsa qualità che vedono il sapore alterato dall’aromaticità dell’aceto.

Per utilizzare i capperi in cucina basta prendere  la quantità da utilizzare e lavarli con acqua corrente, togliendo il sale di conserva, se volete ridurre ulteriormente la sapidità basta lasciarli ammollo in acqua per circa un’ora. Per conservare i capperi, qualora siano stati acquistati in una confezione a sacchetto, basta travasarli con il sale di conserva in un barattolo di vetro e richiuderli con la capsula a vite, in modo che non perdano l'umidità, essiccandosi. Così conservati, se sono i capperi di Pantelleria, possono durare anche degli anni. Manterranno sempre le loro ottime caratteristiche organolettiche.

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Mercoledì, 26 Febbraio 2014 10:27

Lardo di Colonnata

Il Lardo di Colonnata "nasce" a otto km da Carrara e a 500 metri di quota, nel borgo di Colonnata che chiude una valle caratterizzata da pareti levigate, la cui verticalità dona al paesaggio un'atmosfera lunare, quasi metafisica. Il Lardo di Colonnata è un prodotto che non ha mai ottenuto la DOP, anzi ha pure rischiato l'estinzione, ottenendo però il riconoscimento IGP, ma viene identificato, da sempre, con il luogo nel quale riposa in vasche di marmo. In realtà il lardo, che si ricava dalla parte adiposa del dorso, è di maiali provenienti da allevamenti specializzati dell'Emilia (questo potrebbe essere il motivo per il mancato riconoscimento della DOP).

Ogni famiglia, ogni locale, propone la sua personale ricetta, variando leggermente la dose e la qualità degli aromi, oppure il tempo di stagionatura, ma la preparazione di base è sempre la stessa. Il segreto di questo prelibato lardo è nelle grandi, marmoree vasche di stagionatura, collocate in cantine o cave.   Il marmo estratto dalle cave di Colonnata si presta particolarmente per  questo processo perchè ha caratteristiche particolari di traspirazione e impermeabilità e soprattutto è ricco di carbonato di calcio. Sono strofinate con aglio per temperarne la permeabilità e insaporire il prodotto. Aromatizzate, sul fondo, con sale marino, pepe, cannella, chiodi di garofano, coriandolo e, per ultimo, salvia, alloro, rosmarino e ancora aglio,  finalmente si depositano sopra gli strati di lardo, sempre alternandoli ad altri aromi. Quando la vasca è colma si chiude con un coperchio di legno per una settimana. Quindi si ricopre il tutto con una salamoia di acqua e sale, in aggiunta a quella rimasta dalla precedente stagionatura. Dopo un minimo di sei mesi in grotta" il lardo è pronto per essere consumato magari su fette di pane abbrustolito o su una focaccia calda. Il lardo lavorato in questa maniera ha origini antichissime in quanto rappresentava uno degli alimenti principali dei cavatori che, passando giorni interi nelle sperdute cave, avevano trovato con questo sistema di stagionatura il modo ottimale per avere a disposizione un prodotto sempre fresco e in perfette condizioni di mantenimento.

Al momento dell'estrazione si presenta di aspetto grigio-nero nella cotenna che lo ricopre. All'interno il Lardo è di colore bianco-rosato, qualche volta con la particolare "striscia" rosa che ne aumenta la bellezza e ne rende più intenso il gusto.  I pezzi variano dai 4 agli 8 centimetri di spessore, per un peso da 0,5 a 1 kg.

Il profumo è fragrante e ricco di aromi mentre il gusto è delicato, quasi dolce, finemente sapido se proviene dalla zona posteriore contigua ai prosciutti, arricchito dalle erbe aromatiche e dalle spezie usate nella lavorazione. Si consuma ripulito dalla cotenna e dagli eventuali residui di sale, tagliato in fettine sottilissime adagiate su pane fresco, scaldato o appena abbrustolito. Ideale accompagnamento sono, come per i cavatori di un tempo, il pomodoro e la cipolla crudi, senza alcun ulteriore condimento. In alternativa può essere servito su pietanze calde, di carne o di pesce. Il sale della cotenna è ottimo per insaporire arrosti e grigliate, mentre la cotenna può essere cotta alla griglia o lessata per insalate di legumi e zuppe.

Pur essendo antica, la storia del lardo di Colonnata vive la sua vicenda più saliente in anni recenti. Polemiche di natura iper igienista hanno seriamente minacciato l'esistenza di questa ghiottoneria. Proprio il processo di preparazione, essenziale per mantenere la qualità del prodotto, ha suscitato reazioni negative da parte degli enti preposti al controllo dell'osservanza delle norme europee in materia di igiene. Si è arrivati, addirittura, al sequestro di alcune partite di lardo e alla sospensione, almeno ufficiale , della produzione. Oggi, per fortuna, la polemica si è sedata e si è riconosciuto come il particolare microclima del luogo (è l’osmosi concessa dalla minima porosità delle vasche) sia una ricchezza irriproducibile in ambienti asettici. Un processo naturale di scambio tra marmo e lardo che riceve, dalla salamoia e dagli aromi, una finezza insuperabile.

Comprare il Lardo di Colonnata

La produzione effettiva nel borgo di Colonnata è molto molto limitata, per cui ritengo abbastanza difficile trovarlo in canali tradizionali. La cosa migliore è andare sul posto e acquistarne direttamente. Nelle gastronomie specializzate a volte si può trovare, così come l'altro lardo riconosciuto, il Lardo di Arnaud dalla Valle d'Aosta. Nei supermercati si trova un prodotto sia al banco taglio che al take away che ha la dicitura "Lardo Toscano", che spesso ricalca la tecnica di stagionatura del Lardo di Colonnata, utilizzando però strumenti diversi (le conche in marmo si trovano in vendita a partire da poche decine di euro) e soprattutto un microclima diverso. Alcuni sono comunque buoni prodotti, ottimi come complemento e guarnizione ad altri ingredienti, ma meno prelibati da gustare da soli o sul pane.

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Martedì, 25 Febbraio 2014 00:00

Rotolo di tacchino ai carciofi

Arrotolato di tacchino con carciofi: un arrosto delizioso per il pranzo della domenica. Per prepararlo utilizziamo una larga fetta di fesa di tacchino (che possiamo farci preparare dal macellaio) arrricchita da un ripieno molto gustoso realizzato con salsiccia, carciofi, fromaggio e nocciole. L'aggiunta delle nocciole conferisce iun gusto n più: questa frutta secca è perfetta con il tacchino.

Difficoltà Ricetta per Preparazione Cottura Costo
     
 Media 4 persone 30 min.
60 min. € 9-10 

 

 

 

 
Cosa serve
Ingrediente Quantità
 fesa di tacchino  gr. 600
 salsiccia gr. 250
 uova n. 2
 carciofi n. 2
 parmigiano reggiano  gr. 50
 edamer gr. 50
 prosciutto cotto (1 fetta) gr. 70
 pancetta arrotolata  gr. 100
 nocciole  gr. 40
 vino bianco 1/2 bicchiere
 noce moscata q.b.
 rosmarino 1 rametto
  sale, pepe, olio evo  q.b.

 Preparazione

  • Pulire i carciofi eliminando le foglie esterne e le punta.
  • Lavarli bene e tagliarli a spicchi molto sottili.
  • In una padella mettere un filo d'olio e far cuocere a fuoco basso i carciofi per 10 minuti. Salare e pepare. I carciofi devono rimanere morbidi: cucinarli a tegame coperto e, se necessario, allungare con un pò d'acqua calda.
  • Una volta cotti, tritare grossolanamente i carciofi con un coltello.
  • In una ciotola, sbattere due uova. Aggiungere sale, pepe, noce moscata e il parmigiano grattugiato. Mescolare.
  • Aggiungere i carciofi ed amalgamare bene.
  • Cuocere il composto di uova e carciofi formando una frittata. NB: Io preferisco cuocere la frittata al forno. In questo caso si riveste una piccola teglia con la carta forno, si aggiunge il composto di uova e carciofi e lo si inforna a 170° per 15 minuti.
  •  Tritare le nocciole.
  • Lavare il rosmarino e tritare anche questo.
  • In una ciotola mescolare la salsiccia, privata della pelle, con il formaggio edamer.
  • Prendere la fetta di tacchino ed appiattirla con un batticarne.
  • Salare e pepare leggermente.
  • Coprire la carne con una parte delle nocciole tritare e un paio di fette di pancetta arrotolata.
  • Aggiungere in uno strato uniforme il composto di salsiccia e formaggio. NB: la pancetta in cottura si scioglie e la salsiccia rilascia parte del proprio sugo, abborbidendo e insaporendo il tacchino.
  • Coprire con la frittata ai carciofi, quindi con il prosciutto cotto.
  • Aggiungere le nocciole residue.
  • Arrotolare la carne nel senso della lunghezza formando un grosso rotolo.
  • Bardarlo con la pancetta arrotolata e fermare con spago da cucina.

 

Cottura

  • Metter il rotolo in un tegame, dai bordi alti, che lo contenga di misura.
  • Far rosolare da tutti i lati, girandolo spesso.
  • Aggiungere il vino bianco e fare evaporare.
  • Portare a cottura a fuoco basso per un'ora circa.
  • A cottura quasi completata aggiungere il rosmarino tritato (ma così non si secca e conferisce aroma all'arrosto) e un pò di latte per dare cremosità al fondo di cottura.
  • Togliere il rotolo dal fuoco, coprirelo con alluminio e lasciarlo intiepidire.
  • Al momento di servire, liberare il rotolo dallo spago e tagliarlo a fette di 1 cm di spessore.
  • Far scaldare il fondo di cottura. Rimettere le fette nel tegame in modo da riscaldarlo un pò e insaporirlo con il sughetto. Volendo, possiamo aggiungere al sugo altre nocciole tritate
Martedì, 25 Febbraio 2014 10:59

Cardo Gobbo

Il Cardo Gobbo di Nizza è il simbolo della più classica gastronomia piemontese, verdura ideale per accompagnare la bagna cauda, grazie alla consistenza croccante delle coste (resistenti ma senza fibre) e il gusto dolce, dal finale gradevolmente amarognolo.  Il nome "gobbo" è dovuto alla caratteristica forma assunta dalle piante dopo il processo d'interramento. È proprio in questo accorgimento il segreto sia del colore biancastro assunto dalle coste, sia della perdita quasi totale dell’originaria fibrosità. 

La produzione del Cardo Gobbo di Nizza , rigorosamente della varietà Spadone e con un disciplinare che sancisce l'assoluto divieto di erbicidi, fertilizzanti e antiparassitari, è limitata a piccoli appezzamenti a conduzione familiare ed è destinata in massima parte al consumo locale, con prezzi ragguardevoli, ma equi, sui mercati della zona. Il terreno ideale per la coltivazione dello Spadone sono i campi sabbiosi, d'origine alluvionale, che costeggiano il basso corso del Belbo: Nizza Monferrato, Castelnuovo, Incisa Scapaccino e le borgate limitrofe. 

Si seminano a maggio, si raccolgono a ottobre e diventano «gobbi» grazie a una particolare tecnica di coltivazione. Non si irrigano, non si concimano e non si trattano. A settembre, quando sono già alti e rigogliosi, vengono legati, quindi con un colpo ben assestato di vanga si toglie un po di terreno a fianco della pianta che, in questo modo viene agevolmente piegata quasi in orizzontale e ricoperta di terra. Si ottengono due risultati: da un lato la pianta è protetta contro le gelate invernali, e dall'altro la pianta, tentando di liberarsi per ritrovare la luce, si gonfia e si incurva trasformandosi in cardo gobbo: le coste perdono ogni traccia di clorofilla, diventando bianchissime e tenere. Dopo un mese l’imbianchimento è compiuto: si dissotterrano i cardi, si eliminano le foglie esterne e le coste rovinate con la purinetta (una roncola lunga e sottile) e si tiene il cuore.

Basta risciacquarli con un po’ d’acqua e sono pronti: straordinariamente croccanti e dolci, ma vanno consumati entro pochi giorni perché hanno una conservabilità limitata. 

La tecnica dell'imbianchimento del cardo era conosciuta fin dal Cinquecento, come dimostrano gli scritti recentemente rinvenuti di due medici della corte sabauda: Ludovico Bartoli e Francesco Gallino. Meno sicura è la storia del Cardo Gobbo di Nizza, che gli ultimi cardaroli rimasti fanno risalire agli albori del Novecento. In collaborazione con la Provincia di Asti, Slow Food lo ha imbarcato sull'Arca dei prodotti a rischio d'estinzione e ha allestito un Presidio per la difesa di questo succulento parente del carciofo (botanicamente hanno lo stesso antenato: il cardo selvatico). 

Altre varietà

Ci sono diverse varietà di cardo, la regione Piemonte ne certifica altri due tipi: il Cardo Avorio di Isola d'Asti ed il Cardo Bianco Avorio di Andezeno. Le varietà più note sono quindi il Cardo di Chieri, molto diffuso in Piemonte, poco spinoso e facilmente conservabile, il Cardo di Bologna privo di spine con costole piene di media grossezza, il Cardo di Tours, varietà molto pregiata ma poco diffusa perché molto spinosa, il Cardo gigante di Romagna, coltivato nell’area romagnola, ha il lembo fogliare largo, di colore verde-grigio chiaro, mediamente concavo con spine. E' chiaro che l'eccellenza ottenuta con il Cardo Gobbo di Nizza nasce dall'unione fra varietà, terreno e tecniche di coltivazione. I prodotti che si trovano in commercio possono avere caratteristiche anche molto diverse.

Comprare il Cardo Gobbo

Non ho quasi mai trovato del Cardo al supermercato che valesse il prezzo (tenete presente che un cardo è quasi sempre ben sopra ai 3 chili, quindi spendere 8/10 euro è abbastanza facile), evitiamo quindi cardi dal colore verde o grigio verde e dalle coste sottili e dritte, privilegiamo il prodotto che perlomeno ha avuto un processo di imbianchimento semi naturale:  le piante vengono legate ed avvolte con teli di plastica scuri in modo da ottenere un prodotto bianco, quindi meno amaro rispetto al selvatico, ma meno tenero rispetto al cardo gobbo interrato. 

 

 

 

 

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Sabato, 22 Febbraio 2014 00:00

Filetti di merluzzo gratinati al forno

Filetti di merluzzo gratinati al forno: un secondo gustosissimo!!! Teneri filetti coperti da una panantura golosa impreziosita dalle erbe aromatiche e dalle nocciole. Croccante e saporitissima! Speciali se realizzati con filetti freschi (che avremo fatto preparare dal pescivendolo), ma buoni anche con filetti surgelati.

 

 

 
Cosa serve
Ingrediente Quantità
 filetti di merluzzo n. 6
 pangrattato  gr. 30
 nocciole gr. 30
 prezzemolo 1 ciuffo
 rosmarino  1 rametto
 aglio 1 spicchio
 limone n. 1/2
 sale, pepe, olio evo  q.b.
   
   

 Preparazione

  • Lavare accuratamente i filetti di merluzzo controllando l'eventuale presenza di spine che elimineremo con una pinza.
  • Mettere i filetti in una pirofila in un solo strato e irrorarli con oilo e succo di limone. Aggiustare con pochissimo sale.
  • Tritare le nocciole con un coltello affilato. NB: io preferisco utilizzare il coltello o la mezzaluna ed evitare il mixer.
  • Pulire, lavare e tritare il prezzemolo.
  • Lavare il rosmarino e tritarlo.
  • Sbucciare l'aglio e tritare anche questo.
  • In una ciotola mescolare il pangrattato con le nocciole, il prezzemolo, il rosmarino e l'aglio.
  • Aggiungere sale e pepe e un pò d'olio. Amalgamare bene.

 

Cottura

  • Accendere il forno a 170°.
  • Rivestire una teglia o la leccarda con carta forno. Irrorare con un pò d'olio.
  • Posizionare i filetti allineati sulla carta forno. Aggiustare di sale e pepe.
  • Coprire ciascun filetto con uno strato greneroso di panatura.
  • Infornare e far cuocere per 15-20 minuti.
  • Servire accompagnati da patate al forno o insalata.
Domenica, 23 Febbraio 2014 00:00

Cotolette di Cardo Gobbo

Le Cotolette di Cardo Gobbo sono perfette per un finger food originale, ma possono fare una bella figura anche come contorno o come secondo piatto. Qui le ho preparate al naturale, ma si possono anche farcire con una fetta di prosciutto crudo o di speck per aggiungere un pizzico di sapore in più. La preparazione è semplice, una volta pulito il cardo gobbo si impana e si cuoce in poco tempo. E' una ricetta veloce e gustosa! 

 
Cosa serve
Ingrediente Quantità
 Cardo Gobbo  n. 1
 Pangrattato gr. 40
 Farina 00 gr. 100 
 Uova n. 2
 Parmigiano grattugiato gr. 50
 Limone n. 1
 Sale  q.b.
 Olio di semi di arachide    q.b.

Preparazione

  • Selezionare le coste esterne, e larghe, di un cardo gobbo di circa 3 chili.
  • Tagliare in pezzi di circa 10 centimetri.
  • Pulire i pezzi di cardo con l'aiuto di un coltello. Incidete leggermente e quindi "sfilate" le costine filamentose esterne.   
  • Sbollentare il cardo in acqua salata acidulata con il succo di mezzo limone.
  • Lasciare bollire per circa 90 minuti (in funzione della dimensione e del tipo di cardo: se è bello bianco cuoce prima).
  • Verificare la cottura forando con una forchetta, quando la costina risulterà morbida togliere dal fuoco, scolare ed asciugare.
  • Schiacciare delicatamente i tocchetti di cardo in modo da appiattirli.
  • Sbattere le uova, aggiustarle di sale e pepe e unire il parmigiano grattugiato.
  • Passare i pezzi di cardo nella farina, quindi nell'uovo e poi nel pangrattato.
  • Se necessario, ripetere il passaggio nell'uovo e nel pangrattato. 

 

Cottura

  • Scaldare l'olio in una padella antiaderente.
  • Appena in temperatura, tuffare le cotolette di cardo.
  • Girare un paio di volte fino ad ottenere una doratura omogenea.
  • Togliere e depositare su carta da cucina.
  • Servire accompagnando con spicchi di limone da spremere.

 

Consigli e suggerimenti

Per l'eventuale farcitura eventuale incidere i tocchetti come un panino, quindi inserire il prosciutto crudo, lo speck od un formaggio dal gusto deciso. Con i pezzi più sottili, anziché il taglio si possono sovrapporre ed unire due pazzi.

Pubblicato in Finger Food, Contorni

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